COMICON: Gli Hunger Games dei firmacopie
Il Napoli Comicon è senza dubbio una delle fiere più grandi e importanti d’Italia. Ogni anno richiama decine di migliaia di persone, tra appassionati, autori, case editrici, cosplayer e curiosi. Ma dentro questa grande festa della cultura pop, c’è anche qualcosa che stona.
Il firmacopie come arena di sopravvivenza
Non è raro assistere o partecipare (io stessa ne ho preso parte) a vere e proprie scene da survival game: corse sfrenate all’apertura dei cancelli, spinte, urla, gente che inciampa o si fa male pur di raggiungere uno stand in tempo per prenotare un numero. Tutto questo per ottenere una firma. Ma quando il valore simbolico di quell’albo autografato diventa una battaglia qualcosa probabilmente si è incrinato.
Un problema di sistema, non di pubblico.
Il problema non è solo l’organizzazione (che in parte continua a ignorare soluzioni ormai ampiamente adottate in altri contesti, come i sistemi di prenotazione online tipo Eventbrite a Lucca Comics), ma anche la narrazione super tossica che viene costruita attorno a questi momenti.
Chi documenta la fiera, chi crea contenuti per i canali ufficiali o personali, troppo spesso alimenta questa retorica della “corsa epica”, dell’“eroe che arriva primo”. Si incita il pubblico a correre, a superarsi, a “farsi valere” per conquistare una firma legittimando una competizione malsana e profondamente esclusiva. Mi sono ritrovata in pole position un paio di volte all’apertura dei cancelli alle ore 10:00 e posso assicurarvi che i video makers ufficiali urlavano a squarciagola “mi raccomando correte, anche se non dovete farlo correte lo stesso”. Una chiara presa di posizione che racconta definitivamente come di anno in anno la situazione potrà solo che peggiorare.
Il silenzio assordante dei content creator
C’è poi un’altra cosa che mi ha colpita: l’assenza quasi totale di una voce critica da parte dei content creator. Nessuno parla davvero di questi problemi, nessuno solleva il tema. Chi ha accesso ai dietro le quinte, chi viene accreditato e quindi acquisisce dei privilegi, non racconta mai cosa succede fuori dall’obiettivo. E così chi guarda da casa o sogna di partecipare, ha una visione deformata, filtrata solo attraverso entusiasmo, hype e omertà.
Nel frattempo, in alcune community online, si fa strada l’idea di rendere a pagamento tutte le firme e gli sketch per “contenere le folle”. Una proposta che mi lascia interdetta, se non arrabbiata.
Vorrei dire a lor signori che il fumetto dovrebbe essere inclusione, scoperta, scambio. Non elitismo economico. Se ci battiamo tanto per avvicinare i giovani e i curiosi al fumetto, perché poi vogliamo monetizzare ogni singolo momento? Perché rendere “completa” l’esperienza solo per chi può permettersela?
Fontanelle e acqua
E parlando di inclusività, lasciatemi aprire una parentesi su logistica e comfort: all’interno dell’enorme area della Mostra d’Oltremare ho contato solo due fontanelle funzionanti. Due. E in una fiera di inizio maggio, con giornate calde e padiglioni affollati, questa scelta – o dimenticanza – è quasi crudele. Come se non bastasse, l’acqua negli stand finisce alle 17:30, lasciando migliaia di persone senza una risorsa essenziale.
Nota positiva? Sempre lei: la pizza a portafoglio

Chiudo con un sorriso, perché c’è qualcosa che non delude mai: la pizza a portafoglio. Rapida, buona, economica, sempre presente.
È la vera salvezza della fiera e uno dei pochi gesti d’amore rimasti autentici.
Detto tutto questo, ci tengo a precisare che il Napoli Comicon, per me, resta una delle esperienze più emozionanti e stimolanti del panorama fieristico italiano.
È una fiera che fa sentire la passione vera del pubblico, che ha momenti bellissimi e incontri che ti porti dietro per mesi.
Forse molte delle cose che ho descritto sono solo frutto di una macchina ancora in assestamento, che crescerà e migliorerà anche grazie alle critiche costruttive. Lo spero davvero, perché ci torno sempre con il cuore pieno, e continuerò a farlo. Ma proprio per questo, mi piacerebbe che chi la organizza, chi la racconta e chi la vive provasse a guardarla anche con occhi diversi.
Con meno retorica e più cura.
